Expo 2015, spunta il manager condannato Expo 2015, spunta il manager condannato
Per la missione strategica di pareggiare i conti dell’Expo, si poteva scegliere un manager migliore di un condannato per bancarotta fraudolenta? Expo 2015, spunta il manager condannato

di Paolo Biondani

Per la missione strategica di pareggiare i conti dell’Expo, si poteva scegliere un manager migliore di un condannato per bancarotta fraudolenta? La domanda viene sussurrata negli uffici della grande esposizione milanese da quando è scoppiata la polemica sul numero effettivo di visitatori, sulla quantità di biglietti venduti e sul livello complessivo degli incassi, comprese le sponsorizzazioni.

Entrate necessarie per coprire le spese della società Expo 2015 e scongiurare il rischio che l’evento mondiale possa chiudersi con pesanti perdite per gli azionisti pubblici: Stato (40 per cento), Regione Lombardia (20) e Comune di Milano (20) con Provincia (10) e Camera di commercio (10). Alla base di quell’interrogativo c’è un processo penale celebrato a Genova, chiuso da una sentenza definitiva, depositata nel 2006, che però è difficile trovare: è scomparsa perfino dall’archivio informatico della Cassazione. Ma ora “l’Espresso” ha recuperato quel verdetto di condanna.

Il manager Pietro Galli è «direttore generale della divisione vendite, marketing e gestione dell’evento» di Expo 2015 spa: è il responsabile di tutte le vendite dei biglietti (ticketing), licenze e sponsorizzazioni, con potere di firmare direttamente i contratti. La società, per trasparenza, ne pubblicizza anche lo stipendio: 200 mila euro fissi, più un bonus di 40 mila in base ai risultati, per un totale di circa 20 mila euro lordi al mese, il tetto massimo previsto dalla legge. La sua è la paga più alta tra i venti manager con «incarichi amministrativi di vertice».

Galli è considerato un fedelissimo del commissario e amministratore delegato di Expo, Giuseppe Sala, e viene descritto come un manager «serio, capace e molto preparato». Lui stesso spiega nel curriculum di aver lavorato per due colossi: fino al 2013 era uno dei dirigenti a Milano della Bain & Company, un gigante della consulenza aziendale, mentre dal 1987 al 1992 è stato «assistente dell’amministratore delegato del gruppo Gerolimich di Genova» per il quale era «responsabile della strategia aziendale, fusioni, acquisizioni e joint venture in Italia, Cecoslovacchia e Stati Uniti». Su quelle decisive esperienze, il curriculum non aggiunge altro e si chiude con la dichiarazione di «non avere alcuna causa di incompatibilità dell’incarico» prevista dalla legge anticorruzione: nessuna condanna per tangenti, mafia o altri gravi reati.

Quando l’evento milanese, dopo gli arresti e le condanne per mazzette e appalti truccati degli ex manager Angelo Paris e Antonio Acerbo, è stato affidato alla sorveglianza dell’Autorità anticorruzione, il suo presidente Raffaele Cantone ha ordinato un controllo a tappeto sulla posizione giudiziaria dei dirigenti con poteri di spesa e gestione dei contratti. Una verifica affidata alla squadra di investigatori della Guardia di Finanza che il magistrato ha voluto al suo fianco. E qui c’è il primo, piccolo giallo: Galli si presenta, nell’intestazione del curriculum, come «Piero». Con quel nome e cognome, il casellario penale non associa alcun precedente: «Nulla». In altri atti però Galli compare come «Pietro». Ed è così che l’Anticorruzione scopre che nel 2005 ha subìto una condanna definitiva per bancarotta fraudolenta. Bancarotta per «distrazione di denaro»: la peggiore. Il reato fotografa l’amministratore di un’azienda che, quando ormai è certo il fallimento, svuota le casse per favorire qualche amico e danneggiare i creditori.

L’assunzione di Galli va considerata assolutamente legale, perché la lista dei reati che avrebbero fatto scattare il divieto non comprende la bancarotta. L’Autorità anticorruzione ha però deciso di segnalare comunque il problema, secondo quanto risulta a “l’Espresso”, alla Procura di Milano con una specifica informativa. Dove è stata inserita anche un’ipotesi di «conflitto d’interessi», segnalata anche a Expo: la Bain & Company è una delle società che hanno aiutato a preparare il piano economico dell’evento; quindi Galli è passato dal ruolo di consulente a quello di dirigente dell’ente consigliato. A quel punto il caso è stato valutato dall’apposito organismo di Expo, che non ha ravvisato motivi per esautorare Galli. Quindi Sala è stato informato della condanna definitiva del suo manager, di cui l’interessato non gli aveva parlato. Ma dopo aver esaminato la sentenza e discusso con Galli, gli ha riconfermato la sua fiducia.

Il gruppo Cameli-Gerolimich, mentre ci lavorava Galli, è stato travolto da un’alluvione di debiti e messo in liquidazione, nel dicembre 1993, con un passivo totale di 1.870 miliardi di lire (oltre 900 milioni di euro). L’associazione anticorruzione Transparency International e i giornalisti investigativi dell’Irpi hanno ricevuto la prima segnalazione che anche il manager di Expo era stato condannato. La sua sentenza però è stata cancellata in data imprecisata dall’archivio elettronico (Ced) della Cassazione. Gli esperti spiegano che è raro, ma può accadere «su richiesta degli interessati». La copia recuperata da “l’Espresso” documenta che, in effetti, Pietro Galli, nato a Genova 52 anni fa, è stato condannato per bancarotta fraudolenta come amministratore della società Digitalia del gruppo Cameli-Gerolimich. È la sentenza numero 833, pronunciata dalla Cassazione «in pubblica udienza» il 21 giugno 2005.

Nella motivazione, datata 12 gennaio 2006, la Corte Suprema spiega che Galli e un altro manager hanno svuotato le casse dell’azienda per favorire un superiore, titolare di una società collegata: Digitalia le ha venduto un ricco brevetto «a prezzo vile», le ha concesso «finanziamenti senza interessi» e ne ha comprato il 60 per cento «con sopravvalutazione del prezzo». Col risultato di spostare i soldi dall’azienda inseguita dai creditori a quella che il manager graduato sperava di mettere in salvo. La sentenza non quantifica il danno, che è molto inferiore al totale del disastro Gerolimich: secondo fonti di Expo, «non era certamente una grande cifra». Il fallimento, inoltre, risale al lontano ottobre 1993. E proprio questi dati potrebbero aver spinto Sala a non farne un dramma.

In primo grado, il tribunale di Genova aveva condannato Galli, nel 2001, anche per la bancarotta fraudolenta di un’altra società del gruppo. Ma la Corte d’appello, nel 2004, ha cancellato la seconda accusa e ridotto la condanna a due anni, con il divieto per un intero decennio di «esercitare incarichi direttivi presso qualsiasi impresa», ma gli ha concesso la condizionale: niente carcere e interdizione sospesa, salvo non commetta nuovi reati. A conti fatti, senza quel beneficio, Galli non avrebbe potuto ridiventare manager: niente Expo.

In Cassazione, la difesa di Galli sosteneva che le sue non erano «distrazioni di soldi», ma «veri investimenti» nella società collegata, finiti male per «fatti imprevedibili». E comunque – sostenevano i suoi legali – non li aveva decisi lui, ma il suo superiore. La Corte Suprema però definisce questa tesi «infondata, ai limiti dell’ammissibilità»: si trattò proprio di una «spoliazione di risorse», che la stessa difesa «non mette seriamente in discussione». La sentenza spiega che «un esperto del suo rilievo professionale» con uno stipendio da manager ha il dovere di controllare gli atti di spesa che è solo lui a poter «decidere e firmare personalmente». E bacchetta il tentativo difensivo di dipingere Galli come «un manager esautorato da un amministratore di fatto», «alla stregua di una qualsiasi testa di legno».

Hanno collaborato 
Lorenzo Bagnoli e Lorenzo Bodrero

Questo articolo è stato pubblicato su L’Espresso il 26 agosto 2015

Galli

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